Politica

Noi, quelli della città dai servizi scippati: abbiamo perso anche il treno…

« … e non è il primo né sarà l’ultimo!» con la cessione a privati di settori strategici da parte di uno Stato governato per decenni da sedicenti statalisti

TEANO (Claudio Gliottone) – Lo hanno letteralmente perso quei pendolari che qualche giorno fa, in attesa alla ex stazione ferroviaria del nostro paese, si son visti passare sotto il naso il convoglio ferroviario sul quale salivano fino al giorno prima. Per la verità il convoglio si è fermato, ma solo per far scendere quelli che arrivavano a Teano, e non per far salire quelli che ne partivano. I quali son rimasti, direi, di «princisbecco», scioccati da tanta scientifica stoltezza. Sì perché da quel giorno in avanti la stazione ferroviaria di Teano era stata “declassata”, per cui si poteva accedervi per scendere a Teano, ma non per partirne.

Alle nostre povere menti disastrate non risulteranno mai comprensibili le finalità o le cause di simili assurde decisioni. Ne pensiamo allora delle più varie, dalle difficoltà tecniche a quelle organizzative: ma alla fine ci rendiamo conto che potrebbero rispondere solo a problematiche economiche.

Ciò sarebbe pur vero se ci fosse stato, come un tempo c’era, il servizio di biglietteria, un capo-stazione, dei ferrovieri, dei sorveglianti, la cui gestione comportava costi notevoli a fronte di poco ritorno: ma già da anni i biglietti si acquistavano dal tabaccaio e poi si «obliteravano» (che Iddio preservi per sempre l’inventore e diffusore di questo verbo!) con una semplice macchinetta in un locale della stazione. Sparito tutto da gran tempo: la biglietteria, il capo-stazione, i ferrovieri, i sorveglianti e persino la sala di attesa e le sedie! E allora?

Avremmo potuto pensare che il rallentamento, la fermata, e la successiva ripartenza del treno potessero rappresentare un costo in più nel consumo del carburante o della energia elettrica oltre ad un consumo dei freni! Ma sarebbe stata una «cacchiata» storica, perché il treno continua a fermarsi, ma solo per far scendere e non per far salire.

E allora non volendoci lambiccare oltre le meningi alla ricerca di fantasiose giustificazioni, e soprattutto nel timore che si rivelassero vere e concrete, spaziamo alla ricerca delle tante contraddizioni politiche che il genere umano è capace di sostenere per poter dire tutto e, dopo qualche decennio, il contrario di tutto, volando come Pindaro su tutti i fondamentali di ogni ideologia.

Dal 3 ottobre del 1839, quando Ferdinando ll di Borbone, Re delle Due Sicilie, aveva inaugurato la prima tratta ferroviaria d’Italia, la Napoli-Portici, il sistema ferroviario era esploso e si era diffuso in tutta la Penisola; creato e gestito da società «private».

Fu nel periodo 1903-1915 che si affacciò il problema di rinnovare le concessioni ferroviarie, come prevedeva una legge del 27 aprile del 1885.

Capo del Governo era Giovanni Giolitti, lo statista che gettò le basi dell’Italia moderna, e fu lui, liberale ed ideologicamente assertore del principio della «libera concorrenza», il principale sostenitore della «statalizzazione» del sistema ferroviario. La sua tesi era di una socialità e di una chiarezza estrema: le ferrovie erano un servizio, e solo lo Stato aveva il dovere di gestirle, perché non avrebbe dovuto badare ad alcuna finalità economica di guadagno, garantendolo «ovunque», anche laddove, per la mancanza dei citati fini commerciali, nessuna organizzazione privata lo avrebbe fatto. Lo Stato ci avrebbe economicamente perso, ma assicurava il servizio anche all’ultimo cittadino del più sperduto paese d’Italia.

Mi pare, invece, che da anni lo Stato, pur governato da decenni e decenni da partiti di sinistra e quindi «statalisti», abbia fortemente derogato da questo sano principio sociale, favorendo ed incrementando privatizzazioni in tutti i settori, dal servizio ferroviario a quello postale, dalla gestione delle autostrade a quella dei traghetti: e poi la posta va al macero ed i ponti (vedi il Morandi) crollano. Privatizzazioni proprio là dove non dovrebbero esserci, ma che soprattutto non lo vedono come un doveroso concorrente.

E su tale argomento ci sarebbe da parlare per ore ed ore.

Magari lo faremo.