Uncategorized

Laika, 68 anni fa: lancio del primo animale nello spazio. La triste storia Sputnik 2

Il 3 novembre del 1957 il primo animale nello spazio, un cane, che poi moriva nella capsula sovietica

LAIKA UN VIAGGIO SENZA RITORNO (Elio Zanni) – Sono trascorsi 68 anni da quel tragico 3 novembre 1957, giorno in cui un’innocente vita venne brutalmente strappata alla Terra per la vanità umana. Il primo essere vivente sacrificato nello spazio fu una povera randagia meticcia trovata per le strade di Mosca, a cui fu dato il nome di Laika. Il suo destino era segnato, una condanna a morte emessa molto prima che il razzo si staccasse da terra. Ma è nostro dovere comprendere a fondo la crudeltà di questa scelta sovietica e come si sarebbe potuto, e dovuto, evitare questo inutile martirio.

Per rispondere alla domanda sul “perché”, dobbiamo tornare agli anni Cinquanta. Dopo il successo tecnologico dello Sputnik 1 (ottobre 1957), i Sovietici, accecati dalla furia della Guerra Fredda, sentirono l’urgenza disumana di superare gli Stati Uniti. Anticipare l’avversario significava tutto, anche a costo di vite innocenti. Decisero di costruire un secondo satellite, con il duplice scopo di celebrare un anniversario politico e di essere i primi a lanciare una creatura vivente verso una morte certa.

Si scelse un cane, ma non per motivi scientifici nobili: secondo le ammissioni emerse anni dopo, le cagnette (furono selezionate Laika, Albina e Muschka) erano preferite perché, in una cabina angusta, la loro postura permetteva di “risparmiare spazio”. L’agghiacciante cinismo continuò con ragioni di “propaganda”: il cane, docile e “fotogenico”, era considerato ideale per placare l’opinione pubblica, un tentativo di indorare la pillola di un’atroce sperimentazione. La biologa russa Adilya Kotovskaya ha testimoniato in tempi recenti il dramma di quei momenti, chiedendo un tardivo perdono per il male inferto alla povera cagnetta, un gesto che non può cancellare la sofferenza.

Lo Sputnik con a bordo la sua vittima indifesa partì la mattina del 3 novembre 1957 dal cosmodromo di Baikonur. All’interno, cibo e acqua in gel, una magra e inutile consolazione per un viaggio di sola andata. I primi dati registrarono un’accelerazione spaventosa del battito cardiaco, segno di terrore e stress inimmaginabili. Quando la gravità si ridusse, il cuore rallentò, ma la sofferenza era lontana dal finire.

Per sette ore gli umani ricevettero segnali, poi un silenzio assoluto. La menzogna ufficiale parlò di una sopravvivenza di “oltre quattro giorni”. La verità, emersa solo molto tempo dopo, è ben più crudele: Laika morì, quasi certamente per lo stress e il surriscaldamento fatale all’interno della capsula, dopo appena la nona orbita attorno alla Terra. La sua morte fu una tortura silenziosa e solitaria.

Il presunto “sacrificio” di Laika si rivelò in gran parte inutile dal punto di vista scientifico; molte delle informazioni sulla resistenza di un essere vivente erano già note. Il suo lancio servì solo a confermare la brutalità delle condizioni in orbita e, soprattutto, a macchiare per sempre la storia dell’esplorazione spaziale.

Per il mondo civile, fu uno shock. Le proteste globali contro le ambasciate sovietiche portarono finalmente all’attenzione dell’opinione pubblica il vergognoso problema dell’uso e abuso degli animali per scopi scientifici.

Oggi, l’idea di infliggere tali sofferenze a un animale è, fortunatamente, impensabile, non solo per una ritrovata etica, ma anche grazie all’avanzamento della tecnologia e della robotica. Laika non è un’eroina da celebrare, ma il simbolo straziante della megalomania umana che abusa della fiducia degli esseri più deboli. La sua storia deve rimanere un monito indelebile: il progresso non vale una vita innocente.