Cultura

Allarme Archeologi: «L’emendamento che sacrifica la prevenzione… è da ritirare». Scatta esposto a Ministeri Cultura, Economia e Presidenza della Repubblica

Rischio distruzione per i beni non vincolati e opere private: la norma in Finanziaria 2026 metterebbe a rischio l’Art. 9 della Costituzione e gli impegni europei

REGIONE CAMPANIA / ROMA / TEANO (Elio Zanni) – Un allarme forte e chiaro è stato lanciato al Governo da “E.S.S.E. Professione Archeologia”, l’Associazione professionale che rappresenta gli archeologi italiani, in merito a una norma che potrebbe avere conseguenze irreversibili per la tutela del patrimonio storico-culturale della nostra regione e del Paese intero.

L’associazione (che possiamo definire del sapere archeologico nella pratica professionale) presieduta dalla Dott.ssa Carmela Autieri – archeologa e professoressa, esperta di Medioevo, ha pubblicato diversi studi e saggi su numerose riviste e giornali specializzati, attivista in molteplici Associazioni non- profit di difesa del territorio, della natura e dei diritti dei cittadini – ha formalizzato un esposto-denuncia indirizzato ai Ministeri della Cultura e dell’Economia, oltre che alla Presidenza della Repubblica, chiedendo il ritiro immediato dell’emendamento 108-bis al Disegno di Legge di Bilancio 2026.

Il cuore della contestazione riguarda la drastica riduzione del campo di applicazione dell’archeologia preventiva. Secondo l’emendamento, questa attività fondamentale verrebbe limitata alle sole opere pubbliche che insistono su aree già soggette a vincolo archeologico.

Esclusi i Lavori Privati: L’esposto sottolinea che la maggior parte degli interventi urbanistici e infrastrutturali promossi dai privati verrebbe di fatto esentata dai controlli preventivi.

Aree “Sconosciute” a Rischio: Vengono altresì escluse le aree non ancora vincolate, cioè quelle parti del territorio il cui tesoro archeologico è ancora nascosto.

«Tale impostazione riduce in modo significativo la capacità di tutela – si legge nel documento – Si vanificano le misure introdotte negli ultimi vent’anni per proteggere il territorio e si rischia la distruzione irreversibile di reperti archeologici, compromettendo la conoscenza del territorio e la conservazione della memoria collettiva»

Come dire «Più costi e più rischi». L’Associazione Esse ribalta l’assunto di semplificazione dietro la norma, sostenendo che l’archeologia preventiva non è un ostacolo, ma un fattore di efficienza economica. Intervenire prima dell’avvio dei cantieri, infatti, evita i costi elevati legati a: Interruzioni improvvise dei lavori; Ritardi onerosi e modifiche progettuali radicali dovute a ritrovamenti fortuiti; Contenziosi legali. L’emendamento, nella sua formulazione attuale, «aumenta i rischi di danno irreparabile, i costi pubblici e i contenziosi», conclude l’Associazione.

Italia a rischio infrazione europea

L’esposto evidenzia inoltre che la revisione normativa si pone in netto contrasto con obblighi internazionali assunti dall’Italia. In particolare, viene citata la Convenzione Europea per la Protezione del Patrimonio Archeologico (Convenzione di La Valletta), ratificata dal nostro Paese con la Legge n. 57/2015.

«Questa modifica disattende gli obblighi derivanti dalla Convenzione e dalle direttive europee sul patrimonio culturale, esponendo l’Italia a potenziali infrazioni europee», afferma l’Associazione. Viene richiamato anche l’Articolo 9 della Costituzione italiana, che impegna la Repubblica alla tutela del patrimonio storico e artistico.

Appello per il «Tassello Professionale»

L’Associazione sottolinea anche la grave penalizzazione per i numerosi professionisti qualificati del settore, operanti ai sensi della Legge 4/2013, le cui competenze verrebbero di fatto marginalizzate da una visione così riduttiva della prevenzione. Per questi motivi, l’Associazione chiede non solo il ritiro dell’emendamento, ma anche l’apertura urgente di un tavolo tecnico interministeriale che coinvolga professionisti, università e il Terzo Settore, per definire procedure di tutela realmente semplificate ma non riduttive, mantenendo l’integrale archeologia preventiva su tutte le opere, pubbliche e private.

L’appello finale firmato dalla Presidente Autieri (l’archeologa che, tra l’altro, si ricorda, ha contribuito all’adozione e approvazione del Puc di Teano con la Relazione Archeologica) è chiaro: «L’emendamento 108-bis rappresenta un arretramento culturale e tecnico inaccettabile per un Paese come l’Italia, custode del più vasto patrimonio archeologico del mondo».