Cultura Eventi

Carlos Aletto a Ca’ Foscari: l’intimità assediata di Cortázar e il filo familiare che riporta a Teano

Una conferenza che intreccia critica, narrativa e memoria: dalle radici teanesi degli Aletto al ritorno simbolico dell’Argentina in un’aula universitaria

TEANO / VENEZIA (Pietro De Biasio) – Non ero fisicamente a Venezia il giovedì 4. Non ho potuto sedermi tra i banchi dell’Aula Saoneria di Ca’ Dolfin, dove si è tenuta la conferenza “Julio Cortázar: la intimidad sitiada / l’intimità assediata” dell’argentino Carlos Daniel Aletto, docente all’Universidad Nacional de Mar del Plata. Eppure, come spesso accade quando certe storie ci appartengono più del previsto, quella distanza si è fatta sottile.

Come se il filo che ci lega, un filo familiare antico, laterale, quasi segreto, fosse sufficiente per farmi sentire comunque parte di quel pomeriggio. A parlare e a dialogare con gli studenti, infatti, non c’era solo un critico letterario; c’era un uomo che porta un cognome che, in un ramo distante dell’albero genealogico, è anche il mio. E l’ho percepito così chiaramente da aver avuto l’impressione di essere stato lì, in quell’aula, anche se non lo ero. Alla conferenza hanno partecipato circa trenta persone, tra studenti e docenti del primo anno di Lingua e Letterature Ispano – americane.

Si è parlato del Bestiario cortazariano e, soprattutto, del racconto “Casa tomada”: una narrazione che continua a generare interpretazioni nuove, come se fosse ancora oggi un organismo narrativo in espansione. Sono emerse letture diverse e complementari: interpretazioni politiche, che vedono nella casa conquistata una metafora dell’oppressione; letture più intime, dove la casa diventa luogo della memoria familiare, dell’eredità, perfino della colpa; analisi formali su come il fantastico, in Cortázar, non spezzi mai il tono realistico, ma vi scivoli dentro come una crepa fatta d’aria.

Il contributo di Carlos, lo so attraverso il suo racconto e i resoconti dell’incontro, è stato quello di fare da “ponte”: portare lo sguardo di uno scrittore argentino dentro un’aula italiana e, allo stesso tempo, ascoltare come l’opera di Julio Cortázar cambia forma quando viene letta da un’altra tradizione culturale. Ne è nato un confronto vivo, fatto di prospettive incrociate, in cui il racconto è diventato un vero laboratorio comparato. Uno di quei rari momenti in cui la letteratura sembra respirare davanti a chi la studia. L’incontro era organizzato dal Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati e dall’Archivio Scritture Scrittrici Migranti di Ca’ Foscari. Carlos Aletto, invitato dalla professoressa Margherita Cannavacciuolo, nell’ambito della cattedra di Lingua e Letterature Ispano-americane, per il valore del suo lavoro critico e per aver ricevuto il Premio Municipale della Città di Buenos Aires, uno dei più prestigiosi in Argentina: un riconoscimento che garantisce un sostegno economico a vita ai ricercatori di eccellenza.

Proprio l’opera premiata, “Diálogo para una poética: Julio Cortázar”, indaga il rapporto tra parola e immagine nell’autore di Rayuela, mostrando come Cortázar elabori significato attraverso una tensione costante fra i due linguaggi. Un dialogo, quello tra scrittura e immagine, che è anche una delle chiavi per interpretare il tema della “intimità assediata” evocata dal titolo dell’incontro. Ma la ragione per cui questa conferenza, letta da lontano, mi ha toccato più profondamente è un’altra.

È il legame familiare che mi unisce a Carlos: un legame lontano, ma vero. I suoi bisnonni, Vincenzo Aletto (con la doppia T) e Teresa Espaciano, erano nati entrambi a Teano. Dopo la nascita della loro prima figlia emigrarono in Argentina e già nel 1911 risultavano stabiliti a Balcarce. Da loro discende suo nonno Roberto; suo padre, Carlos Roberto, è quindi nipote diretto di Vincenzo. E qui il cerchio si stringe: quel Vincenzo era fratello del mio bisnonno Carmine, padre di mio nonno Paride e, dunque, padre di mia madre Maria Rosaria Aletto.

Carlos me l’ha raccontato con semplicità e gratitudine: “In famiglia, col tempo, si erano un po’ smarrite le radici. Io però le ho cercate. Ho ritrovato Teano, ci sono venuto, e ho sentito fisicamente l’energia della città”. Sentir pronunciare Teano da un Aletto nato in Argentina, e sapere che quel nome ci attraversa entrambi, ha trasformato la lettura della conferenza in qualcosa di sorprendentemente emotivo.

Come se quel pomeriggio veneziano avesse rimesso in circolo una memoria comune. Accanto al critico c’è lo scrittore. E il suo ultimo romanzo, “Once segundos”, lo mostra con forza: la storia degli undici secondi del gol di Diego Armando Maradona contro l’Inghilterra diventa, nelle sue mani, molto più di un episodio calcistico. È il pretesto per raccontare due amici, il loro quartiere, le mitologie minime dell’infanzia e dell’adolescenza, gli amori perduti, le canzoni di un tempo e tutto ciò che, nella vita, resta nelle pieghe della memoria.

Ma c’è un dettaglio che, per me che scrivo queste righe, ha un peso particolare. Carlos mi ha confidato che nel romanzo compaiono riferimenti a Teano: il protagonista parla dei suoi antenati e del suo legame con Maradona, intrecciando la propria storia familiare con quella della famiglia che vive ancora a Teano. E non è tutto. Il libro sarà tradotto e pubblicato in Italia da Minerva Edizioni, e uscirà tra aprile e maggio del prossimo anno, in occasione del Salone del Libro di Milano.

Ho scritto questo articolo da lontano. Non ero a Ca’ Foscari, non ho ascoltato la voce di Carlos, non ho sfogliato insieme agli studenti le pagine di “Bestiario”. Eppure non riesco a sentirmi fuori da quell’aula. Perché quando un autore che porta il tuo stesso sangue, anche se in un ramo lontano, parla di Cortázar a Venezia, quando porta la sua Argentina dentro Ca’ Dolfin, quando pronuncia Teano come luogo dell’anima, allora sì: anche se sei lontano, una parte di te è lì. E quella parte, oggi, scrive.