Elezioni provinciali: quando i politici si votano da soli. La democrazia a metà
A decidere sono i “pochi eletti”: sindaci e consiglieri comunali che votano altri sindaci e consiglieri
TEANO / CASERTA E COMUNI CASERTANI (Elio Zanni) – Queste “tarantelle” le abbiamo vissute anche a Teano, direttamente, attraverso i giornali e in particolare attraverso il nostro giornale. Provinciali: Laurenza fa un passo indietro. E poi ancora: Rapa probabile candidata del Pd. E quindi: Forse saranno in due: Magellano e Zanni. Infine: da Teano alla fine saranno tre i candidati: Magellano, Rapa e Zanni.

Ma veramente fate? Viste dal basso queste “tarantelle” danno esattamente il senso di come non dovrebbe essere la politica. Anche se queste sono le regole in vigore, ci sia consentito dire che non piacciano proprio a nessuno. A decidere sono i “pochi eletti”: sindaci e consiglieri comunali che votano altri sindaci e consiglieri. Ma, in realtà solo gli amministrati che hanno l’esatta misura della valenza, il valore, le potenzialità presenti e future, le qualità di un consigliere comunale. Solo gli amministrati, la gente, il popolo, hanno la visione “impressionistica” – ossia che si apprezza meglio da lontano – esatta di chi vale e chi merita. E chi demerita. E invece la legge in materia che fa: affida ai già eletti il potere di eleggersi a vicenda.
Sarà pure una visione pseudo “vannacciana” delle regole della politica, di un mondo a testa in giù, sarà pure un modo di leggere in maniera divergente, differente, la realtà delle cose, tra l’altro consolidata, ma a chi scrive e a tanti con i quali è stato possibile condividere questo pensiero, non piace che i politici abbiano questo retaggio di potere autoreferenziale: si eleggono da soli. Come una volta si eleggevano da soli il sindaco. Una democrazia a metà, un mandato nel mandato, una democrazia sub-rappresentativa. Una regola da riformare.
Negli ultimi anni, il dibattito sulle Province italiane è scivolato in un cono d’ombra, complice una riforma – la cosiddetta “Legge Delrio” del 2014 – che ne ha trasformato profondamente il volto. Nate per essere il collante tra i Comuni e la Regione, le Province sono diventate oggi enti di “secondo livello”. Tradotto in termini pratici: i cittadini hanno perso il diritto di scegliere da chi farsi amministrare in Piazza Castello o nel palazzo della Provincia.
A decidere sono i “pochi eletti”: sindaci e consiglieri comunali che votano altri sindaci e consiglieri: ma veramente fate? Vi votate tra voi? Questa architettura istituzionale, nata con l’intento di risparmiare e snellire, sta mostrando crepe profonde che minano il principio cardine della nostra Repubblica: la sovranità popolare.
Il sistema attuale sottrae alla comunità il potere di valutare il merito. Quando un cittadino vota per il proprio sindaco, lo fa pesando le promesse e le competenze legate alla gestione del territorio comunale. È invece paradossale che quegli stessi amministratori vadano poi a comporre un organo provinciale che gestisce scuole, strade e ambiente senza un mandato diretto su quei temi specifici. Spesso poi il consigliere eletto non ne sa un fico secco degli argomenti in questione. Ma viene eletto lo stesso, per accordi e bagattelle interne. Che vergogna!
Perché la comunità non può indicare quale amministratore pubblico sia meritevole di sedere in Consiglio Provinciale? La delega “in bianco” data agli eletti locali crea una sorta di aristocrazia della politica, dove le alleanze di palazzo contano più dei bisogni reali del territorio.
Senza il passaggio dalle urne popolari, il rischio è la distanza. Un consigliere provinciale che non deve rispondere direttamente al corpo elettorale, ma solo ai propri colleghi di partito o di giunta, sarà inevitabilmente meno incentivato all’ascolto dei cittadini.

La comunità è spesso il miglior giudice del lavoro svolto. Restituire il voto significa permettere al popolo di scegliere chi ha dimostrato competenza sul campo, indipendentemente dalle logiche di scambio interno ai consigli comunali.
È pur vero che tanto in Provincia decide tutto il presidente e che quindi nel nostro caso siamo, giocoforza, nelle mani di Anacleto Colombiano. Ma, ribadisco l’opinione soggettiva: rimettere la matita copiativa nelle mani dei cittadini non è un vezzo nostalgico, ma una necessità per ridare dignità alle Province.
La politica locale anche prima che finisca il mandato deve avere il coraggio di sottoporsi al giudizio della gente, accettando che sia la comunità – e non un consesso di addetti ai lavori – a decidere chi ha il profilo giusto per portare la voce di Teano in provincia, anche a livello di immagine. A proposito di Teano, noi avremmo saputo esattamente chi mettere in campo e – semmai costretti a una scelta già fatta – sapremmo esattamente a a questo punto chi votare tra i tre candidati e leggendo bene questo articolo avreste dovuto capirlo anche voi.






