Inchieste

Quando il degrado è l’oblio della dignità. L’Asilo Lonardo, un’eredità dimenticata

Occorre fare subito qualcosa. Con l’obiettivo di preservare la storia, va messa in sicurezza la struttura

TEANO / IL DOMENICALE (Elio Zanni) – Tetti sfondati, erbacce dappertutto, l’acqua piovana che penetra in quelle stesse stanze che un giorno accoglievano bambini festanti, suore e le primissime “educatrici dei giardini d’infanzia”. Benvenuti a Teano, nel tanto decantato borgo medievale. Ed ecco l’antico immobile del glorioso Asilo Lonardo, oggi in preda all’abbandono e al degrado più totale. Ma non è Teano anche questa? Perché far finta che non esista? È un oltraggio ai segni e ai simboli della memoria collettiva.

Una vergogna assoluta. Non solo per quelle mura dirute o per quelle pietre soffocate dalle erbacce, ma per tutto ciò che quell’edificio rappresenta e, soprattutto, ha rappresentato per la città sidicina, per i teanesi, per le donne e per i bambini. Ci sono i veri amici dei musei (e ben vengano), quelli dello scopone scientifico, quelli delle pizze fritte tra i vicoli, dei mestieri scomparsi e quelli delle arti e delle professioni; tutti assolutamente ammirevoli. Noi diciamo: indispensabili. Ma dove sono gli amici e i difensori delle bellezze architettoniche del borgo medievale di Teano? Dovrebbero occuparsene (su spinta dei teanesi più avveduti e lungimiranti) gli Enti preposti, la politica locale e regionale. Non è così? E se dormono tutti: andrebbero essere svegliati da una nuova classe di sidicini, da una nuova gestione della politica amministrativa. Gente che di fronte ai problemi non dica a campanella: non ne so nulla, non sono un esperto, vi faremo sapere, chiederemo agli Uffici e poi ne riparleremo. Questo perché se ci sono luoghi che non sono fatti solo di mattoni e calce, ma di visioni, coraggio e carità cristiana, l’Asilo Lonardo di Largo San Benedetto a Teano è uno di questi.

La sua sfortuna è la distrazione dei contemporanei e degli amministratori di turno? Sicuramente, ma la colpa ricade anche sulla gente comune e sui presidenti e soci delle cinquantaquattro associazioni socioculturali esistenti a Teano, che oggi vi passano davanti e non ricordano. Non ricordano che il diruto Asilo Lonardo è un libro che racconta un’evoluzione, un modo di fare impresa e un approccio al lavoro femminile che ha influenzato tutto l’Alto Casertano e poi mezza Campania, con la straordinaria storia di emancipazione che ebbe inizio proprio in quelle stanze.

Nell’asilo chiuso c’è soprattutto lo spirito di una grande donna che aleggia ancora tra quelle mura e che meriterebbe di essere preservato e commemorato: quello della sua creatrice, Angelina Lonardo. Originaria di Caianello – come leggiamo in uno scritto del sidicino Gerardo Zarone risalente al 28 febbraio 2015 – dove nacque nel 1860, apparteneva alla borghesia liberale del tempo. Con una famiglia (in particolare i fratelli Giuseppe e Carmine) stimata e impegnata non solo a livello locale, Angelina era una “suora di casa”, figura che nel Sud Italia veniva indicata come “monaca di casa”. Si trattava, in realtà, di donne laiche consacrate che vivevano una vita religiosa rimanendo nelle proprie abitazioni private anziché entrare in convento.

Angelina stupì tutti, andò controcorrente e all’età di ventinove anni investì gran parte dei suoi averi personali nell’acquisto di macchinari per la tessitura. Creò lavoro, pensate un po’, proprio a Teano. Le donne teanesi imparavano un mestiere ma, nel contempo, nacque l’esigenza di avere in loco un asilo infantile e un orfanatrofio. Queste sono le radici dell’Asilo San Benedetto che, con la vicina chiesa, andò avanti tra alterne fortune fino agli anni Novanta, per poi essere definitivamente abbandonato.

Per volontà testamentaria della stessa Lonardo, la struttura e parte ingente del suo patrimonio andarono alla Fondazione Castallo, con un auspicio: affinché il servizio ai “veri poveri” continuasse per sempre. Purtroppo non è andata così. Solo il giardino d’infanzia si è salvato grazie alla meritoria opera dell’Associazione Orti Sidicini, che gestisce il rinominato “Orto Girotondo”.

E il resto dell’Asilo? Le sale per l’educazione quotidiana, gli uffici, l’ampio e suggestivo ingresso, il refettorio? Oggi non si tratta solo di custodire la memoria del passato e l’affascinante figura della monaca idealista che ha scritto una pagina di storia dell’evoluzione femminile, ma è anche una questione di sicurezza pubblica e privata: per quelle mura prospicienti la pubblica via e per quei solai vessati dalla pioggia torrenziale che penetra inesorabile dai tetti bucati.