L’usignolo di Puente Genil che cantava tra l’Andalusia e Teano: la storia di José Bedmar più noto come “El Seco”
La straordinaria storia del celebre “cantaor” andaluso e dei suoi pronipoti custodi di una memoria musicale senza confini e senza tempo nel comune sidicino
PUENTE GENIL / MADRID / TEANO (redazione: retenews24@gmail.com) – Certe famiglie conservano fotografie. Altre conservano lettere. La famiglia Bedmar, fra l’Andalusia e Teano, sembra aver custodito soprattutto una voce. Una voce antica, ruvida, capace di attraversare un secolo e due paesi senza mai spegnersi davvero. Era la voce di José Bedmar Contreras, conosciuto nei tablaos e nei caffè cantanti come “El Seco”.
Nato nel 1880 a Puente Genil, in provincia di Cordova, e morto nello stesso paese nel 1970, El Seco apparteneva a quella stirpe di cantaores che non hanno lasciato grandi fortune, ma hanno lasciato una traccia. Una traccia così forte da arrivare fino a Teano, dove per decenni è vissuto un ramo importante della sua famiglia e dove ancora oggi vivono tanti pronipoti con quel cognome che sa di Spagna e di Sud.
In paese lo chiamavano “El Seco”, il Secco. Ma nella Madrid degli anni Venti e Trenta lo conobbero con un altro soprannome, molto più poetico: “El Ruiseñor Pontanés”, l’usignolo di Puente Genil. Era arrivato nella capitale nel 1929, l’anno della morte di Antonio Chacón, il maestro che lui venerava come un santo laico. Cantava nei locali, nei ritrovi di emigrati andalusi, nei piccoli teatri dove il flamenco si faceva ancora a lume di candela e non sotto i riflettori. La sua voce era descritta come “grave e sonora”, una “campana grossa” capace di trasformare una saeta o una soleá in qualcosa che faceva venire i brividi.

Non era un artista qualsiasi. Gli studiosi del flamenco lo accostano a Diego Bermúdez “El Tenazas”, una leggenda vivente del cante jondo. Per anni i due vissero nello stesso paese e El Seco raccolse da lui, quasi come un’eredità, le soleares e la caña più antiche, quelle che sembravano destinate a sparire. Non si limitò a cantarle: le custodì. E le consegnò a chi venne dopo.
Fra i suoi repertori c’erano reliquie del flamenco contadino: le temporeras, i martinetes, le seguiriyas “al modo di Silverio”, le soleares apolás e soprattutto le saetas, che lui interpretava in maniera personalissima, prendendo spunto dalle “cuarteleras” della sua terra. Un critico raccontò che, durante una di quelle saetas, lo scrittore e studioso Ricardo Molina gli chiese di ripeterne una, perché “metteva i brividi”. El Seco si mise a ridere e rispose: «Come vuole che ripeta una saeta che mi è uscita in quel momento?». Era il flamenco prima della replica, prima della registrazione perfetta, prima ancora dell’idea che un’emozione si potesse ripetere.

Nel 1956, quando a Cordova si tenne il grande concorso di cante jondo, José Bedmar era il concorrente più anziano. Salì sul palco come un uomo fuori dal tempo, uno che portava addosso un secolo di canti, di vendemmie, di processioni, di notti passate a inseguire una nota. Eppure proprio quell’uomo anziano era, in qualche modo, il più moderno di tutti: perché custodiva la memoria.
Attorno a lui, Puente Genil viveva un’epoca straordinaria. Alla fine dell’Ottocento il paese era diventato uno dei centri più vivaci dell’Andalusia: arrivava il treno, nascevano fabbriche, si producevano olio, vino e soprattutto la famosa cotognata. In quel miscuglio di progresso e campagne, di ferrovia e ulivi, il flamenco non era un passatempo: era il modo con cui un popolo si raccontava.
La tesi di laurea dell’Università di Padova dedicata al flamenco e a Puente Genil racconta che proprio ai tempi di José Bedmar nacquero i primi percorsi legati ai visitatori che arrivavano in città per ascoltare quel cante particolare chiamato “zángano”. Era una variante del fandango nata sulle rive del fiume Genil, una specie di rondeña trasformata dalla terra cordovana.
La tesi dice che “bisogna tornare ai tempi di José Bedmar ‘El Seco’ per trovare i primi punti di riferimento per i turisti”. In altre parole: molto prima dei festival, molto prima dei cartelloni e delle brochure, c’era già qualcuno che andava a Puente Genil per ascoltare lui.
Lo zángano, del resto, non sarebbe diventato ciò che è senza El Seco. Ancora oggi gli studiosi riconoscono che furono cantaores come lui, insieme a Juan Hierro e al Niño del Genil, a trasformare quel canto popolare in una forma di flamenco vera e propria. Perfino Fosforito, uno dei più grandi interpreti del Novecento, ha raccontato di essere cresciuto in un ambiente dove il nome di El Seco era pronunciato con rispetto assoluto. “A Puente Genil c’erano cantaores di grandissima categoria, come El Seco”, disse in un’intervista.
Eppure, paradossalmente, di José Bedmar resta pochissimo. Qualche fotografia. Alcune incisioni sparse in vecchie antologie. Una voce che gli archivi descrivono, ma che oggi è difficile ascoltare davvero. Forse è per questo che la sua storia diventa ancora più preziosa: perché sopravvive quasi soltanto nei racconti di famiglia.

E qui entra in scena Teano. Perché mentre gli storici del flamenco continuavano a cercare El Seco nei caffè di Madrid o nelle vie di Puente Genil, una parte della sua storia aveva già preso un’altra strada. I figli dei suoi figli arrivarono in Campania. Si stabilirono a Teano. E lì, fra piazze, campagne e case piene di parenti, il cognome Bedmar rimase vivo. I nipoti di José vissero a Teano. Poi arrivarono i pronipoti. E con loro quella strana eredità invisibile che non passa attraverso il denaro o le proprietà, ma attraverso un’inclinazione, un richiamo.
Uno di quei pronipoti si chiama Emilio Silva Bedmar. Anche lui ha scelto la musica. Poi ci sono il fratello Bruno e i cugini Maurizio, Serena e Riccardo figli rispettivamente di Enrique e Josè. E allora viene da pensare che non sia soltanto una coincidenza. Forse certe famiglie non trasmettono mestieri: trasmettono note. Forse la voce di El Seco non è mai scomparsa davvero. Ha solo cambiato lingua, strada, paese.
È partita dalle rive del Genil, ha attraversato il mare e si è fermata a Teano, dove continua a vivere in un cognome, in un ragazzo, in un filo invisibile che lega un vecchio cantaor andaluso a una famiglia italiana che ancora oggi, senza saperlo fino in fondo, continua a portarlo con sé.
Ma se la musica è il filo che unisce le generazioni della famiglia Bedmar, c’è anche un pronipote che, pur senza salire su un palco, ha saputo interpretarne lo spirito in maniera altrettanto significativa. Si tratta di Maurizio, per oltre vent’anni anima e proprietario dello storico pub Don Quixote, un luogo che per intere generazioni di teanesi ha rappresentato molto più di un semplice locale.
Maurizio non è mai stato un musicista. Non ha impugnato una chitarra davanti a una platea né ha inciso dischi. Eppure, come accade spesso ai veri appassionati, ha saputo riconoscere il valore della musica e darle uno spazio dove crescere. Con sensibilità e competenza ha costruito nel tempo una proposta culturale raffinata, lontana dalle mode passeggere, portando a Teano artisti, gruppi emergenti e musicisti già affermati. Il Don Quixote è diventato così una piccola officina musicale del territorio, una fucina di talenti dove molti hanno trovato il primo pubblico e altri hanno consolidato il proprio percorso artistico.
[Si ringraziano Maurizio ed Emilio per la gentile concessione delle fotografie a corredo del testo NdR].







