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SPECIALE | Il karate a Teano, gli anni in cui un dojo diventò “la casa dei sidicini”

Dal trasferimento nella palestra scuole elementari alle trasferte, poi i primi esami, le cinture nere e la crescita della Musokan. Gli anni Ottanta sono quelli in cui il sogno del maestro Cesare Baldini mette radici in città

TEANO (Redazione Sport) – Ci sono stagioni che nessuno pensa di vivere per la storia. Le vivi semplicemente perché hai quattordici anni, un kimono nello zaino e la voglia di correre in palestra dopo la scuola. Solo molti anni dopo capisci che quei pomeriggi erano destinati a diventare ricordi preziosi. Per centinaia di ragazzi di Teano gli anni Ottanta hanno il colore bianco del karate-gi, il suono secco di un kiai e il volto severo ma rassicurante del maestro Cesare Baldini. Nel 1982 la Musokan trovò finalmente una casa capace di accompagnarne la crescita.

Il trasferimento nella palestra delle scuole elementari segnò un passaggio decisivo. Dopo gli anni vissuti tra sedi provvisorie, il palazzo di fronte all’attuale Agenzia delle Entrate, quello davanti all’Istituto Alberghiero, il dojo aveva finalmente uno spazio dove poter accogliere un numero sempre maggiore di ragazzi. Per molti ragazzi quella porta rappresentava l’ingresso in un mondo completamente nuovo. Si arrivava con la curiosità di chi aveva visto qualche film di arti marziali o aveva sentito parlare di quel misterioso sport orientale.

Ma bastavano pochi minuti per capire che il karate insegnato alla Musokan non aveva nulla a che vedere con la violenza. Il maestro Baldini ripeteva spesso che il combattimento era soltanto l’ultima parte di un percorso. Prima venivano il rispetto, l’educazione, il controllo delle emozioni e l’umiltà. L’allenamento iniziava sempre nello stesso modo. Il saluto al dojo. Il saluto al maestro. Il saluto ai compagni. Gesti semplici che, senza che quei ragazzi se ne rendessero conto, diventavano una lezione quotidiana di educazione. Nessuno parlava mentre il maestro spiegava. Nessuno interrompeva un compagno. Nessuno pensava di essere migliore degli altri. Sul tatami erano tutti uguali.

Fu allora che la Musokan smise di essere una novità e diventò un punto di riferimento per la città. Le iscrizioni aumentavano anno dopo anno. I genitori si passavano la voce. «Portalo dal maestro Baldini», era un consiglio che si sentiva ripetere sempre più spesso. Non perché promettesse medaglie o successi, ma perché chi usciva da quella palestra portava con sé qualcosa che valeva molto di più di una cintura. Dietro quella crescita c’era anche il lavoro instancabile della presidente Rosalba Lancia. Non amava apparire, ma era sempre presente. Seguiva la vita dell’associazione con la stessa dedizione del marito, occupandosi dell’organizzazione, delle trasferte, dei rapporti con le famiglie e di tutto ciò che permetteva alla Musokan di continuare a crescere. Insieme formarono una coppia che ha scritto una delle pagine più belle dello sport teanese.

Proprio parlando con il figlio maestro Salvatore Baldini sono riaffiorati ricordi che raccontano meglio di qualsiasi medaglia o trofeo la personalità del padre. Raggiunto da TeanoCe.it per una lunga chiacchierata, ci ha mostrato con grande emozione uno dei cimeli più preziosi custoditi in casa. Cesare Baldini aveva infatti un’abitudine tutta sua: per ogni cintura nera che conseguiva il grado sotto la sua guida realizzava personalmente un piccolo manufatto in legno, simile a un fermalibri, sul quale incideva il nome dell’allievo. Sul retro riportava una dedica e alcune frasi in lingua giapponese, quasi a suggellare un legame destinato a durare nel tempo.

Il primo di questi oggetti che Salvatore ha voluto mettere nelle nostre mani è stato quello dedicato a Salvatore Nastro. Stringerlo è stato emozionante. Non era soltanto un pezzo di legno lavorato con cura, ma il simbolo di un rapporto tra maestro e allievo fondato sul rispetto reciproco. Oggi l’ax allievo di Portici (ma questa sarebbe un’altra bellissima storia da raccontare, ndr) Nasto continua a rappresentare un punto di riferimento della FIJLKAM, ma quel dono racconta come, prima ancora del campione, Cesare sapesse vedere e valorizzare l’uomo.

Poi arrivavano le gare. Erano appuntamenti che si aspettavano per settimane. Il cuore del karate campano batteva soprattutto al Palazzetto dello Sport di Sarno, dove si disputava la maggior parte delle competizioni regionali. Quelle trasferte sono rimaste nella memoria di un’intera generazione. Si partiva all’alba, spesso con le auto dei genitori. I borsoni occupavano ogni spazio disponibile. Le mamme preparavano panini e dolci fatti in casa. Durante il viaggio si parlava di tecniche, di avversari, ma anche di scuola, di amicizie e di sogni. Nessuno immaginava che quei chilometri sarebbero rimasti impressi nella memoria molto più delle medaglie.

Tra i ricordi più divertenti riaffiora quello raccontato dall’ing. Francesco D’Orta allora tra i più piccoli del gruppo dei pionieri. Una mattina d’inverno la squadra partì per una competizione nell’hinterland napoletano a bordo dell’auto del maestro Baldini, una Fiat 131 modificata artigianalmente nella zona del posto guida. Cesare Baldini era un uomo di statura imponente e aveva bisogno di qualche centimetro in più per guidare comodamente; quella soluzione, inevitabilmente, sacrificava il posto del passeggero seduto alle sue spalle. All’altezza di Capua, però, la trasferta rischiò di trasformarsi in una scena da film. Una pattuglia della Polizia stradale intimò l’alt. Il maestro scese dall’auto già indossando il kimono, suscitando per un attimo lo stupore e la comprensibile apprensione dei militari.

Bastarono pochi istanti per spiegare che si trattava semplicemente di una squadra diretta a una gara di karate. L’equivoco si risolse con un sorriso e il viaggio riprese verso il palazzetto. È uno di quegli episodi che ancora oggi fanno sorridere chi c’era e raccontano il clima genuino di quegli anni, quando ogni trasferta era prima di tutto un’avventura da vivere insieme.

Ma le trasferte e le gare non erano gli unici momenti che contribuivano a rafforzare lo spirito della Musokan. «Tra i ricordi più belli, racconta Francesco D’Orta, ci sono sicuramente le famose cene estive a casa Baldini. Il maestro le organizzava con uno scopo ben preciso: cementare l’amicizia tra noi karateka. La sua abitazione, con il grande patio che regalava un pò di fresco nelle calde serate d’estate, diventava il naturale prolungamento del dojo. Naturalmente si arrivava a tavola solo dopo aver concluso un intenso allenamento. Era una regola del maestro: prima il dovere e poi il piacere. E mentre noi ci allenavamo, la signora Rosalba preparava con grande cura la cena per tutti, facendoci sentire davvero una famiglia». «Proprio in occasione di una di quelle serate accadde un episodio che non dimenticherò mai.

Ero ancora uno dei più giovani e durante un combattimento mi trovai davanti Geremia “Ciro” Cocozza, già molto più esperto di me. Complice il clima rilassato e forse il pensiero della cena ormai vicina, Ciro abbassò la guardia e un mio mawashi lo colpì in pieno volto. Un dente scheggiato, tanto sangue e io convinto che sarei stato severamente rimproverato. Invece il maestro fece esattamente il contrario. Mi fece i complimenti per la tecnica eseguita correttamente e richiamò Ciro, spiegandogli che aveva commesso un errore imperdonabile: aveva abbassato la guardia. Per diversi minuti trasformò quell’incidente in una lezione rivolta a tutti noi, ricordandoci che nel karate, come nella vita, non bisogna mai perdere concentrazione, nemmeno quando tutto sembra finito. Solo dopo ci permise di andare negli spogliatoi e poi, come se nulla fosse accaduto, raggiungemmo tutti insieme il patio di casa Baldini. Quella sera capimmo che il maestro non ci stava insegnando soltanto uno sport, ma un modo di affrontare la vita».

Era un karate molto diverso da quello di oggi. I tatami in gommapiuma erano ancora un lusso. Le protezioni praticamente non esistevano. Salire sul tappeto significava affidarsi esclusivamente alla tecnica, al controllo e alla preparazione costruita durante gli allenamenti. Non c’era spazio per l’improvvisazione. Il maestro Baldini insisteva continuamente su un concetto: il vero karateka non è chi colpisce più forte, ma chi sa fermarsi un istante prima. Le prime cinture nere erano diventate il simbolo di un movimento che cresceva. Dopo Ciro Cocozza, prima cintura nera di Teano, e Roberto Boragine, seconda cintura nera cittadina, la scuola iniziò a formare una generazione destinata a lasciare il segno. Tra i protagonisti di quegli anni si distinsero Giovanna Zanni, Sibyle Schluriche, Claudio Zanni, Massimo Marchini, Luigi Tramontano, Carmine Iannetta, Luigi Di Benedetto, Pino De Pari, Enrico e Maurizio Grossi, Paolo Feroce, Paolo Mele, Elvio Iodice, Francesco D’Orta, Andrea D’Angelo, Roberto di Borgonuovo, Adriano Zanni, Luca La Prova e i fratelli Gianluca e Pierluigi Nocera. Quest’ultimo avrebbe poi intrapreso anche la carriera arbitrale, diventando arbitro regionale e contribuendo alla crescita del karate campano da un’altra prospettiva.

Un cenno speciale merita Gianna e Sibyle, tra le prime donne a indossare il kimono della Musokan. Il loro contributo alla storia della scuola è così importante che lo racconteremo più approfonditamente nella terza e ultima puntata di questo speciale. Il dojo continuava a riempirsi di volti nuovi e tanti altri ragazzi che fecero della Musokan la loro seconda casa. Ognuno portava con sé una storia diversa, un carattere diverso, un sogno diverso. Il maestro li accoglieva tutti allo stesso modo, convinto che ogni allievo avesse un talento da scoprire e una strada da percorrere. Tra quei ragazzi cresceva anche Salvatore Baldini. Essere il figlio del maestro significava convivere ogni giorno con il karate. Era naturale che anche lui scegliesse la strada dell’attività agonistica. Il talento c’era e la passione pure. Ma la vita, a volte, cambia il corso delle cose senza chiedere il permesso.

Il grave incidente ferroviario sulla linea Cassino-Caserta, nel tratto compreso tra Teano e Sparanise, pose fine troppo presto alla sua carriera da atleta. Non riuscì però a spegnere il legame profondo con il dojo, che negli anni successivi sarebbe diventato ancora più forte. Alla fine del decennio la Musokan era ormai molto più di una società sportiva. Era una comunità. Una famiglia. Un luogo dove le generazioni si incontravano e crescevano insieme. Molti di quei ragazzi sarebbero diventati allenatori, arbitri, professionisti, genitori. Ma nessuno avrebbe dimenticato gli insegnamenti ricevuti sul tatami. E mentre gli anni Ottanta lasciavano spazio a un nuovo decennio, anche la Musokan si preparava a cambiare pelle. Il movimento continuava a crescere, gli allievi aumentavano e le ambizioni diventavano sempre più grandi. Serviva una nuova casa, all’altezza di una realtà ormai consolidata. Sarebbe stato il primo passo verso una nuova epoca, quella che avrebbe consegnato definitivamente la scuola fondata dal maestro Cesare Baldini alla storia dello sport teanese.

(Continua nella terza e ultima parte)

Appunto di Redazione: Anche in questa seconda puntata i nomi degli allievi sono stati riportati in ordine puramente casuale e non cronologico. Ricostruire con assoluta precisione chi sia arrivato prima o dopo, a distanza di oltre quarant’anni, è un’impresa tutt’altro che semplice e il rischio di qualche imprecisione è sempre dietro l’angolo. Allo stesso modo, non è escluso che qualche nome possa essere stato involontariamente omesso. Lo speciale nasce con l’obiettivo di raccontare e preservare la memoria del karate teanese e della Musokan e il materiale raccolto è davvero vastissimo. Per questo la redazione di teanoce.it resta fin d’ora a disposizione di tutti coloro che desiderano contribuire ad arricchire, integrare, precisare o correggere il racconto con testimonianze, fotografie, documenti e ricordi. L’inchiostro digitale, a differenza di quello della carta, permette di aggiornare e completare il racconto anche nel tempo. La storia della Musokan appartiene a un’intera comunità e, proprio per questo, può e deve continuare a essere scritta insieme.