Pasquale Pino, il viaggio del Colonnello gentile di Teano, dell’Esercito italiano
Il rigore militare, la visione sociologica e poi quella campagna elettorale fatta di umanesimo e rispetto

TEANO (di Antonio Picozzi*) – Conobbi Pasquale Pino in un piovoso pomeriggio del non lontano settembre 2012. Avevo concluso il mio percorso accademico magistrale in pedagogia da poco più di un anno quando Pasquale mi cercò.
Ci incontrammo a Teano, nel suo ufficio in via Poggio dei Pini, arredato come a celebrarne il proprio cammino esistenziale, con ricordi che abbracciavano il suo passato militare, politico ma soprattutto umano e familiare. Nulla di sfarzoso o agiografico ma una sorta di “posto delle fragole”, per dirla alla Bergman, ossia un luogo sempre pronto a riportare la mente ad un’età dell’oro, ove foto ed oggetti mettessero in azione la memoria a ritroso, ricordando fatti, momenti, esperienze di vita vissuta.

Si stava preparando ad affrontare le elezioni comunali di Teano del maggio 2013 con in tasca un sogno dell’età matura: fare il Sindaco di Teano
Del resto, dopo una lunga e articolata militanza nella politica locale, non voleva una campagna elettorale ordinaria. Cercava una visione: desiderava fortemente improntare il suo programma su un chiaro paradigma educativo, culturale e pedagogico, e volle che io, sia pur poco conosciuto a quelle latitudini, lo affiancassi in quell’avventura.
Pasquale Pino, era nato nel marzo 1948 e, sempre nel mese di marzo, del 2020, ci lasciò. Era un militare profondo e, sotto certi aspetti, atipico.
Ufficiale dal rigore impeccabile, era al contempo un sociologo raffinato, un maestro di tolleranza e un democratico autentico. Conosceva ogni singola zolla del vasto e complesso territorio sidicino, che esplorava e ascoltava con la pazienza di un padre e la curiosità dello studioso.
Condividevamo il fatto di conoscere anche la più sperduta realtà rurale del vasto territorio teanese, ed anche delle storie di tradizione popolare ad esso legate, a volte era quasi una sfida, che lui non di rado soleva vincere.
Non amava le forzature né le prevaricazioni. Aveva un motto che ripeteva spesso e che sintetizzava tutta la sua cifra morale: “Io sono abituato a bussare, non a sfondare porte”.
La campagna elettorale del 2013 certamente non premiò il nostro sforzo nelle urne. Tra le quattro liste in campo, la nostra si classificò ultima e Pasquale non ottenne neppure lo scranno in consiglio comunale.
Pagò, probabilmente, il prezzo di un’epoca attraversata da un forte vento di protesta: pur avendo messo in piedi una squadra ricca di volti nuovi, la sua figura, già nota nelle istituzioni locali, rappresentava agli occhi di molti un déjà-vu. Ma se il risultato politico fu amaro, il valore umano e formativo di quei mesi fu, dal mio punto di vista, inestimabile.
Nei comizi eravamo diventati quasi interscambiabili. Parlavamo la stessa lingua, radicata soprattutto nella cultura umanistica, più che nelle forme della comunicazione politica. Fra un palco e un incontro con i cittadini, che fossero pochi o relativamente numerosi, non faceva granché differenza, da appassionati della parola e della dialettica argomentativa era un vero e proprio divertimento il nostro, nel senso più alto del termine.
Nacque, quindi, una certa amicizia. Pasquale apparteneva a quella rara categoria di politici «di razza» nel senso più nobile del termine: cercava il consenso per strada, nelle piazze, tra la gente, ascoltando tutti con un sorriso, mai una volta che si fosse posto verticalmente in un confronto, nemmeno su tematiche a lui più che conosciute.
Per lui la politica poteva essere uno scontro programmatico vigoroso, anche duro, ma mai una questione personale. Con la sua folta barba bianca e l’eloquio calmo e fluente, evocava lo stile degli intellettuali della Magna Grecia.
Dopo non molto tempo, purtroppo, le nostre strade si separarono. Venni a sapere solo in seguito che stava combattendo contro una grave malattia, una battaglia affrontata con la consueta, dignitosissima discrezione, senza mai far trasparire la sofferenza.
Poi, nel 2020, nel bel mezzo dell’emergenza pandemica, Pasquale se n’è andato. Le restrizioni di quei tragici mesi mi impedirono di portargli l’ultimo saluto, lasciando un vuoto rimasto, per certi versi, in sospeso.
A distanza di anni, tuttavia, il suo ricordo, ma direi soprattutto il suo esempio, resta limpido

Un ricordo rinverdito anche dall’affetto di chi gli ha voluto bene, come il suo grande amico e artista di Carbonara, Antonio Lepre, che gli ha dedicato un intenso ritratto capace di catturarne l’anima profonda. Ritratto che ho avuto modo di apprezzare ad una mostra qualche tempo fa e che forse è stato il “motore” di questo breve articolo.
D’altronde, condensare in poche righe la complessità di Pasquale Pino, il filantropo, il soldato gentile, il sociologo prestato al bene comune, è impossibile.
Resta però viva la memoria. Il ricordo di un uomo che accarezzava la vita altrui in punta di piedi, con profondo rispetto e inclusività. Ed è con questo stesso rispetto che oggi, a distanza di parecchio tempo, c’è ancora il bisogno di dirgli un semplice: «Ciao Pasquale, ovunque tu ora sia». [*Antonio Picozzi, Pedagogista] foto tratte da archivio APNews- Tutti i diritti riservati ©






